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Assistenti sessuali: prostituzione lecita o diritto sociale?

Assistenti sessuali: prostituzione lecita o diritto sociale?

Immaginate di avere un figlio, una figlia o un vostro caro affetto da disabilità, che sia intellettiva, sensoriale o fisica, oppure, immaginate di esserlo voi stessi. Pensate adesso a quanto sarebbe diversa la vostra vita sotto ogni punto di vista, ma soprattutto, quanto sarebbe distante la vostra vita sessuale da quella che state vivendo in questo momento, come persone non disabili.

Milioni di portatori di handicap in tutto il mondo vivono importanti problemi durante la loro quotidianità; uno tra questi, molto spesso ignorato, è proprio il rapporto con la propria sessualità, che sembra interessare soltanto loro stessi e le loro famiglie. Non solo genitori e parenti stanno accanto ai loro cari nelle difficoltà di ogni giorno, ma capita spesso che essi si trovino a dover masturbare i propri figli o a doversi rivolgere a figure a pagamento, quali prostitute, per far sì che i loro cari possano vivere la propria sessualità. Ed è proprio con l’accusa di prostituzione che il nostro paese tiene da anni “in stallo” ogni proposta di legge in merito alle figure degli educatori sessuali.

Perché è importante parlarne? E’ necessario fare chiarezza a tale riguardo e non ignorare la questione perché non farlo significherebbe negare che queste persone abbiano, esattamente come noi, la necessità e il desiderio di vivere ed esplorare le loro esperienze sessuali o peggio, impedire, attraverso la noncuranza, che questo avvenga. Fabrizio Quattrini, psicoterapeuta e sessuologo impegnato da anni nel progetto “LoveGiver” assieme a Maximiliano Ulivieri, presidente del comitato per la formazione della figura dell’assistente sessuale, nonché disabile dalla nascita, spiega che l’assistente sessuale è quella persona che accompagna il disabile fisico o cognitivo, dopo un’accurata formazione, nella riscoperta del proprio corpo, “non soltanto come fonte di dolore, ma anche di piacere” aggiunge Ulivieri. Dunque, non si tratta soltanto di avere rapporti sessuali, bensì, il compito dell’O.E.A.S. “Operatore all’emotività, all’affettività e alla sessualità”, è quello di aiutare il disabile a risolvere problematiche in ambito sessuale, entrando in contatto empatico con lui/lei e facendogli vivere emozioni e sensazioni di tipo erotico e affettivo. Queste figure esistono già da più di un decennio nella maggior parte del Nord Europa, mentre in Italia nonostante i tre progetti di legge presentati in Parlamento ad oggi, e la presenza dell’inclusione sessuale nel diritto costituzionale “senza dubbio un diritto soggettivo assoluto, che va ricompreso tra le posizioni soggettive direttamente tutelate dalla Costituzione ed inquadrato tra i diritti inviolabili della persona umana che l’art. 2 Cost. impone di garantire” (sentenza Corte Cost., sentenza 18 dicembre 1987 n. 561), la situazione non sembra giungere ad un punto svolta, svolta che Quattrini e Ulivieri hanno deciso di attuare in autonomia, andando incontro a possibili accuse di favoreggiamento della prostituzione, in un atto di “disobbedienza civile” che non sembra e non vuole spaventarli.             Fino ad ora più di 2.200 le richieste di assistenza sessuale dall’inizio del progetto.

Me è prostituzione? Non è prostituzione. La differenza sostanziale tra la persona che si prostituisce e l’assistente sessuale, oltre ai fini di lucro della prima, è che quest’ultima ha lo scopo di rendere il disabile indipendente rispetto alla propria sessualità. Il rapporto sessuale non è il tipo di intervento principale, ma al contrario l’assistente instaura con la persona un contatto di tipo principalmente emotivo, affettivo e poi fisico, attraverso accarezzamenti e massaggi, suggerimenti riguardo l’autoerotismo e successivamente, in determinati casi, accompagnando il paziente fino all’esperienza dell’orgasmo. Numerosi sono infatti i casi in cui disabili, uomini e donne, non hanno mai provato un orgasmo o non sono mai stati toccati da altri individui, se non i propri familiari. Negare loro queste esperienze, alla base della stessa natura umana, vorrebbe dire considerarli come soggetti asessuati, cosa che essi stessi tengono a precisare di non essere.

Chi può diventare O.E.A.S? Un’accurata selezione diretta dal Professor Quattrini, che si è tenuta a Bologna quest’anno, ha visto sottoporre i volontari ad una serie di test psicologici ed esami specifici, per scegliere i candidati più adatti al ruolo. I partecipanti alla selezione possono avere qualsiasi età, orientamento sessuale (eterosessuale, omosessuale o bisessuale) e background, e devono essere soggetti “con caratteristiche psicofisiche e sessuali sane”, come si legge sul sito ufficiale Oeas.it. Coloro che hanno aderito al progetto sono stati mossi, principalmente, da un forte bisogno di aiutare la persona in difficoltà e/o parenti o amici affetti da handicap. Potenzialmente tutti, attraverso una selezione e una formazione altamente specializzata, possono diventare assistenti sessuali. 

Quindi perché la società ha difficoltà a riconoscere l’importanza per cui delle persone affette da disabilità intellettive o fisiche, abbiano gli stessi bisogni e impulsi sessuali delle persone non disabili? Da cosa dipende questo totale disinteresse o questa contrarietà rispetto a queste figure? Probabilmente la disinformazione generale rispetto a chi sono e cosa realmente facciano questi assistenti, il non voler riconoscere le necessità sessuali di una persona disabile o, più semplicemente, il mancato interesse rispetto a questa fetta della popolazione, sono tutte possibili concause per le quali l’argomento è ancora un grosso tabù.

Articolo a cura di Giulia Chiarini – Centro Integrato di Sessuologia Il Ponte

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