282017set
Cultura gay: sette domande per capire cosa ne pensa la scienza

Cultura gay: sette domande per capire cosa ne pensa la scienza

Decenni dopo la decisione della WHO — World Health Organization — di non considerare l’omosessualità come patologia, una decisone del giudice federale Waldemar Cláudio de Carvallo ha permesso agli psicologi del Brasile di offrire un presunto trattamento contro l’omosessualità, comunemente noto come la “cura per gay”. In Brasile questo tipo di trattamento era stato proibito, nel 1999, dal Federal Council of Psychology (CFP). La testata brasiliana Globo1 ha risposto alle principali domande a questo riguardo:

1) L’omosessualità è da considerarsi una vera e propria malattia? 

No. Nel 1973 l’American Psychiatric Association (APA) ha eliminato l’omosessualità dalla lista delle patologie. Da lì è stata seguita da un numero considerevole di organizzazioni sanitarie. Nel 1990, La World Health Organization, si è espressa in modo concordante alle osservazioni scientifiche dei ricercatori. In Brasile, la CFP ha adottato a sua volta questa decisione. Da allora termine omosessual-ismo è considerato un peggiorativo, in quanto il suffisso faceva proprio riferimento alla classificazione tipica delle malattie.

2) Se dunque non è una patologia, di cosa si tratta?

E’ un orientamento sessuale. Secondo i ricercatori APA e WHO, non ci sarebbe alcuna prova che l’essere gay possa possa essere in alcun modo classificato come “condizione di malattia”. Quello che le ricerche hanno dimostrato, sia nell’area inerente alla psicologia, così come in altre aree, è che l’omosessualità è un orientamento sessuale sano, proprio come l’eterosessualità o la bisessualità – afferma lo psicologo Edson Defendi.

3) Ma quindi, perché ci sono omosessuali che ricercano un aiuto professionale riguardo la loro sessualità?

Secondo Defendi, spesso, quello che la persona omosessuale cerca nella terapia è di risolvere le conseguenze emotive causate dal “pregiudizio e pressione sociale che spingono a rinnegare il proprio orientamento sessuale”. “Loro vogliono capire come vivere al meglio il loro desiderio sessuale, spesso preoccupati da questioni familiari e da come la società possa reagire. Noi li aiutiamo a trovare modalità e strategie per gestire il pregiudizio e gli aspetti problematici profondamente radicati nella società”, aggiunge Defendi.

4) Inizialmente gli psichiatri consideravano l’omosessualità un disturbo. Perché hanno abbandonato questa visione?

E’ un cambiamento che parte dagli inizi della psicanalisi. L’evoluzione della società ha dimostrato che non esiste niente di assimilabile ad una “cura”. Studi antropologici dimostrano che vi erano persone gay già tra i Greci, tra gli Indiani, e ciò veniva comunemente accettato; l’omosessualità dunque esiste ed è una cosa naturale. Dunque il problema evidenziato è senz’altro sociale e non psicologico”, spiega l’esperto di sessualità Sylvio José Rocha. Nel 1957, la psicologa e ricercatrice Evelyn Hooker, ha pubblicato uno studio che ha aperto uno spazio per il dibattito: ha comparato 30 persone omosessuali con 30 eterosessuali. Lo studio non ha riscontrato alcun disturbo psicologico nel gruppo gay. “La sua è stata una scoperta che rifiutava la credenza psichiatrica del suo tempo, la quale affermava che tutti gli uomini gay soffrivano di uno severo disturbo psicologico” dice lo psichiatra americano Jack Drescher in un articolo sulla dottoressa Hooker.

5) Come facciamo a sapere che essere gay non sia una scelta?

L’ APA comprende nei propri resoconti altri importanti studi, oltre quello già citato della dottoressa Hooker, nel 1992, infatti, il neuroscienziato Simon LeVay ha scoperto che le prime evidenze biologiche che gli uomini gay nascano già con tale orientamento sessuale, sarebbero visibili in una regione specifica del cervello denominata ipotalamo. LeVay ha analizzato il tessuto ipotalamico di donne, uomini eterosessuali e uomini omosessuali, riscontrando delle diversità strutturali. Un’altra ricerca citata dall’APA ha visto coinvolti 3,261 gemelli, di età compresa tra i 34 e 43 anni e ha evidenziato che “le analisi quantitative hanno mostrato una variazione del comportamento tipico del gene durante l’infanzia, e che l’orientamento sessuale degli adulti sia, in parte, dovuto dalla genetica”. L’autore di questo studio cita un’ulteriore ricerca tedesca, nella quale è stato osservato il comportamento di un gruppo di gemelli di età compresa tra i 7 e i 10 anni. I fattori genetici rappresenterebbero il 70% della variazione nell’orientamento sessuale, sia per i maschi che per le femmine. Ma c’è un’ulteriore evidenza: durante lo sviluppo neonatale, l’esposizione ad un certo tipo di ormoni ha un ruolo chiave. Nel 2011 una review dello scienziato belga Jacques Balthazat ha concluso che “gli omosessuali sono esposti ad una condizione endocrina atipica durante lo sviluppo prenatale” e che “dei significanti cambiamenti endocrini durante la vita embrionale risultino solitamente in una maggiore incidenza di orientamento omosessuale”. L’ APA afferma “la visione prevalente della comunità scientifica è che vi sia una forte componente biologica per quanto riguarda l’orientamento sessuale e che le interazioni genetiche, ormonali e ambientali si relazionino per orientare la persona”. Non c’è alcuna evidenza scientifica che l’orientamento sessuale, eterosessuale, omosessuale o altrimenti, sia una libera scelta. conclude l’ APA.

6) Può uno specialista, ad esempio uno psicologo, aiutare un omosessuale a diventare eterosessuale?

No. “La psicologia non ha il diritto di intervenire nella ristrutturazione interiore del soggetto per quanto riguarda l’orientamento sessuale, bensì essa può capire il disagio che la persona vive al fine di interpretare che cosa indichi uno specifico disturbo, per poter giungere a fornire una trattamento in merito a cosa ci affligga realmente. Quando si scava in profondità con i pazienti solitamente emerge un problema di natura affettiva per il fatto, molto spesso, di non sentirsi accettati dalla propria madre, dal proprio padre, dai compagni di scuola, dalla società in generale, e la soluzione immediata diventa rifiutare la propria sessualità. Il lavoro psicologico sta proprio nel fatto di poter permettersi di accettare i propri desideri” – spiega Rocha. “Non essendo una patologia (malattia) non vi è alcuna ragione di chiamarla cura” aggiunge. In passato molti psichiatri hanno cercato di “curare” ciò che essi consideravano un disturbo attraverso differenti tecniche: prigione, ipnosi, castrazione, shock elettrico e lobotomizzazione. Fino alla dichiarazione della APA nel 1973, sono stati fatti molti test psicometrici per cercare di “rovesciare” l’orientamento sessuale, ma secondo lo psichiatra Jack Drescher, gli specialisti hanno sempre tratto conclusioni da dei campioni di popolazione sbagliati, come ad esempio popolazioni di individui incarcerati.

7) Che tipo di conseguenza può avere un trattamento che che cerca di dirigere i gay verso l’eterosessualità?

Secondo l’APA il rischio associato ad ogni trattamento violento e coercitivo verso gli omosessuali include: depressione, suicidio, ansia, isolamento sociale e una ridotta capacità nell’intimità.

Fonte: https://g1.globo.com/ciencia-e-saude/noticia/7-perguntas-sobre-como-a-ciencia-ve-a-chamada-cura-gay.ghtml

Tr. it a cura di Giulia Chiarini

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